EMANUELE LOMONACO

Emanuele ha vissuto una stagione fortunata, quando a partire dagli anni Sessanta e ben oltre i confini italiani, il mondo della psichiatria, che sarebbe rimasto per tutta la vita il suo mondo, ha subito un profondo sconvolgimento. Le concezioni tradizionali della follia sono state radicalmente messe in discussione. Era sempre meno credibile che – come pure pensavano in molti – l’intreccio fra la malattia mentale e i nuovi disagi della società contemporanea potesse essere governato semplicemente dall’estensione a dismisura e da una improbabile modernizzazione delle istituzioni chiuse.

Emanuele Lomonaco nasce il 17 novembre del 1951 a Praia a Mare, in provincia di Cosenza. All’età di quattordici anni si trasferisce con il cugino Gianni a Salerno, dove frequenta il Liceo Classico Torquato Tasso. Nel 1969 si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Perugia, che lascia però tre anni dopo per completare gli studi a Bologna, dove si laurea e ottiene la specializzazione in Psichiatria. Nel capoluogo emiliano partecipa inoltre, ancora studente, ad una importante esperienza di psichiatria territoriale che si compie nei quartieri Barca e Costa Saragozza e i cui risultati sarebbero poi stati dettagliatamente descritti in un volume uscito per Feltrinelli alla fine degli anni Settanta. Nel 1979 l’amministrazione provinciale di Vercelli lo chiama a lavorare presso il locale ospedale psichiatrico, nell’ambito di un piano di superamento istituzionale che contempla anche l’apertura dei servizi psichiatrici territoriali previsti dalla legge 180, approvata nel maggio dell’anno precedente. Dopo pochi mesi viene trasferito a Biella con l’incarico di avviare il Servizio di Diagnosi e Cura nell’ospedale cittadino.

L’ESPERIENZA AL MANICOMIO DI VERCELLI

L’ospedale psichiatrico di Vercelli era stato inaugurato nel novembre del 1937, ad appena dieci anni dall’istituzione della Provincia vercellese e in origine occupava un’area di circa 280 mila metri quadri. Il complesso era organizzato a padiglioni distaccati e non comunicanti, 13 dei quali destinati ad accogliere i malati, per una ricettività massima di 850 posti letto, ed era dotato di diversi laboratori scientifici, di sierologia, di chimica clinica, di microanalisi, tutti collocati all’interno di un’apposita ala del padiglione dei servizi generali.

Emanuele si trasferì da Bologna a Vercelli poco dopo l’approvazione, nel maggio del 1978, della legge 180. Era stato “chiamato”, insieme ad altri giovani medici, dall’amministrazione provinciale, che si trovava allora alle prese con il duplice compito di avviare i servizi territoriali e di portare parallelamente a compimento la chiusura del locale ospedale psichiatrico, così come stabilito appunto dalla nuova normativa. Nel corso degli anni Settanta l’ospedale aveva attraversato una fase estremamente travagliata, dovuta al susseguirsi di episodi di cronaca al suo interno ma soprattutto alla contrapposizione crescente tra una parte minoritaria del personale – che in linea con quanto stava accadendo altrove in Italia aveva tentato di introdurvi metodi di gestione più liberali – ed una direzione medica che al contrario si era sempre mostrata sorda a qualsiasi ipotesi di rinnovamento.

DA VERCELLI A BIELLA

A partire dagli anni Ottanta Emanuele si è trovato a misurarsi con una realtà non facile come quella del Biellese, percorsa da una crisi acuta ma non sempre chiaramente riconoscibile, e in un periodo di grande incertezza e disorientamento: quando, una volta sancita la chiusura dei manicomi, ci si trovò largamente impreparati e senza strumenti istituzionali a fronteggiare le innumerevoli forme del disagio psichico. A quel punto non rimaneva altro se non inventare quasi da nulla e a partire dall’azione quotidiana soluzioni nuove, nel rapporto diretto con i malati ormai chiamati a vivere insieme a tutti gli altri.

Emanuele restò a lavorare in manicomio soltanto pochi mesi. Fu poi assegnato all’SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) di Biella, entrato in funzione nel 1979. Prima di allora nel comprensorio biellese, suddiviso in due diverse Unità Sanitarie Locali, la 47 di Biella, con circa 128 mila abitanti, e la 48 di Cossato, con circa 68 mila abitanti, l’assistenza psichiatrica era stata garantita da un’unica struttura, il vecchio Dispensario di Igiene e Profilassi Mentale, una sorta di ambulatorio che operava in stretta continuità con il manicomio di Vercelli. Il neonato “repartino” ebbe però vita piuttosto breve: già nel novembre del 1982, infatti, a tre anni esatti dalla sua istituzione, esso veniva dichiarato inagibile in seguito ad un incendio. Da quel momento il Dispensario, che nel frattempo aveva assunto la denominazione di Centro di Salute Mentale, ritornò a rappresentare il solo servizio psichiatrico attivo su tutto il territorio biellese. Una situazione, questa, destinata a perdurare fino all’inizio degli anni Novanta.

IL 1990, UN ANNO DI SVOLTA

“Dal mese di febbraio, oltre ad intraprendere i primi passi per modificare l’organizzazione del lavoro all’interno dell’Unità operativa di psichiatria, ho preso contatto con le Università di Bologna e di Torino, con le associazioni di volontariato e con le cooperative sociali, ho promosso la costituzione dell’associazione Far Pensare, ho garantito il massimo appoggio personale alla costituenda associazione locale dei familiari dei malati di mente. Grazie anche a queste iniziative sono oggi in grado di formulare un insieme di proposte per migliorare la situazione attuale, con l’obiettivo di giungere, nell’arco di un paio di anni, ad una sensibile riduzione dei ricoveri e dei TSO”.

Quando, nel 1990, Emanuele sostituiva alla guida del Servizio di Salute Mentale il vecchio primario, trasferitosi altrove, la situazione della psichiatria biellese si presentava sostanzialmente invariata rispetto agli inizi degli anni Ottanta. Dopo l’incendio e la conseguente chiusura del SPDC, nel novembre del 1982, l’unico presidio rimasto attivo nel settore era il CSM, che tuttavia si era trovato ad operare in condizioni di pressoché costante emergenza, a causa della scarsità di risorse umane e finanziarie disponibili ma soprattutto per l’assenza di altre strutture capaci di far fronte almeno in minima parte alle esigenze sanitarie del territorio. Due diverse circostanze in parte correlate tra loro contribuirono però a modificare quello scenario: nel marzo del 1990 si costituiva, su impulso di Lomonaco, una associazione per il ripensamento delle politiche psichiatriche, denominata appunto FAR PENSARE, che tra i suoi soci fondatori annoverava, oltre alla quasi totalità del personale impiegato nell’Unità Operativa di Psichiatria, alcune personalità del luogo note per il loro impegno in campo sociale. E proprio dalle riflessioni collettive compiute in ambito associativo avrebbe preso le mosse, da lì a poco, un radicale processo di riorganizzazione del lavoro all’interno del CSM, cui avrebbe poi fatto seguito, immediatamente dopo, la sperimentazione di tre importanti progetti riabilitativi, Palestra, Piscina e Cineforum.

UNA PISCINA CHE E’ STATA ANCHE UNA “PALESTRA”

“Attraverso le attività riabilitative ci proponevamo di intervenire nella vita dei singoli disabili con l’offerta di un appuntamento settimanale di quotidianità strutturata, che non richiedesse ai partecipanti particolari abilità ma che offrisse loro, per qualche ora alla settimana, un ambiente accogliente e di supporto, nel quale ognuno potesse sentirsi accettato, desiderato, valorizzato nelle proprie capacità residue e dove fosse possibile trascorrere qualche momento piacevole”.

DA UNA RELAZIONE DEL DOTTOR LOMONACO

Il progetto Cineforum è iniziato nella primavera del 1991 in termini volontaristici: un operatore ha messo a disposizione il proprio videoregistratore, accollandosi successivamente le spese relative al noleggio delle videocassette (l’operatore in questione era in realtà proprio Emanuele). Alcuni pazienti sono stati invitati a vedere un film e a prendere il tè con gli operatori di turno al pomeriggio. L’iniziativa ha avuto successo ed è stata ripetuta con regolarità, due volte alla settimana, ad eccezione del periodo estivo […]. Il progetto Palestra ha avuto inizio soltanto ad ottobre […]. Vi hanno partecipato stabilmente due infermieri del Servizio di Salute Mentale. I pazienti coinvolti sono stati in tutto dieci. L’istruttrice e gli operatori hanno fruito settimanalmente della supervisione di un medico. Anche il progetto Piscina ha preso avvio dopo l’estate. Vi hanno partecipato sistematicamente due infermiere del Servizio e otto pazienti. Un medico ha garantito regolari supervisioni su quanto accadeva all’interno del gruppo di lavoro.

LA NASCITA DI ANTEO E LA COSTRUZIONE DELLA RETE

“Ci riunimmo per la prima volta a casa mia, a Cossila. Emanuele ci spiegò la sua proposta in quel suo modo un po’ sibillino ma sempre accattivante: dovevamo organizzarci in cooperativa per gestire le attività di risocializzazione per i pazienti della psichiatria. Eravamo una ventina, un gruppo molto eterogeneo. Ci guardavamo incuriositi l’uno dell’altro, per le prime riunioni non facemmo altro che presentarci a vicenda, non riuscivamo bene a capire che cosa potessimo avere in comune oltre al fatto di essere in qualche modo amici di Emanuele. C’era un medico neuropsichiatra, Guido Fusaro, quello almeno si capiva perchè era lì, e infatti si rese subito utile trovando il nome Anteo“.

Il successo delle prime esperienze di risocializzazione fece da volano per la nascita di due cooperative sociali: l’Orso Blu, che doveva occuparsi di reinserimento lavorativo, e Anteo, che avrebbe dovuto affiancare il Centro di Salute Mentale nella gestione delle attività riabilitative rivolte ai pazienti psichiatrici. Era il marzo del 1993. Da lì a poco veniva inaugurata la prima struttura psichiatrica, il Centro Diurno Faccenda di Mongrando San Lorenzo, cui si aggiungevano, negli anni successivi, un secondo Centro Diurno, Villa Pramaggiore, a Cossila, poi trasferito nella sede attuale di Biella, gli Alloggi supportati del Vernato, avviati nel 1997, e le due Comunità protette Casa Gibì, del 1998, e Villa Aglietta, aperta nel 1997 e adibita anche, per sette posti letto, a Comunità alloggio. La collaborazione tra la giovane Cooperativa e il DSM si rivelava, negli anni Novanta, una scelta vincente: da un lato, infatti, si faceva fronte con successo alla carenza di risorse economiche del settore pubblico; dall’altro lato quel sodalizio permetteva di governare senza troppi strappi un sistema socio-assistenziale che cresceva rapidamente e che diventava via via più complesso e articolato, strutturandosi in un modello a rete.

IL CONCETTO DI RETE NELLA VISIONE DI EMANUELE

A Emanuele piaceva descrivere la rete dei servizi psichiatrici biellesi con la metafora della metropolitana. In questa visione le stazioni corrispondono ognuna a un servizio o a una struttura riabilitativa. Le persone, che restano sempre il centro del sistema, possono “entrare” nella rete in uno qualsiasi dei suoi nodi, per poi muoversi al suo interno secondo percorsi strutturati. Ecco che allora la cura si trasforma in un vero e proprio progetto di vita, che ha come obiettivo finale l’uscita del paziente dal circuito e il suo reinserimento nel tessuto sociale.

INFATICABILE ORGANIZZATORE

Malgrado la grave forma tumorale che lo ha colpito a soli trentatre anni e la cardiopatia che ha sviluppato in conseguenza delle cure praticategli in quella circostanza, Emanuele è stato per tutto il corso della sua vita un lavoratore infaticabile, come se il poco tempo che sentiva di avere a disposizione lo inducesse costantemente a moltiplicare le energie, anche quando il suo stato di salute avrebbe forse consigliato un’esistenza meno frenetica. Quasi non si contano i progetti, le iniziative di studio e di ricerca, i convegni nazionali e internazionali di cui Emanuele si è fatto promotore nei quindici anni che lo hanno visto alla guida della psichiatria biellese (La Comunità che Guarisce, il Centro di Ascolto per le situazioni di disagio, l’attività scientifica nell’ambito del Centro Studi e Ricerche in Psichiatria, il progetto Cronici, solo per ricordarne alcuni), e che rappresentano oggi una parte della sua enorme eredità pratica e culturale. Un’eredità che questo sito e questa Associazione vogliono raccogliere e mantenere viva, senza indulgere a inutili santificazioni (che Emanuele non avrebbe voluto) ma cercando di promuovere iniziative utili a garantire un pezzetto di diritti civili a tutti coloro che vivono ai margini della nostra società.

“Viviamo in un’epoca che vuole sempre tessere gli elogi di quelli che non ci sono più, riconoscendone l’equilibrio, esaltando la loro volontà di essere portatori di valori condivisi, la loro inclinazione a non turbare gli assetti sociali consolidati. Bene. Emanuele non era niente di tutto questo: era un uomo di parte. Intendiamoci. Era di parte non in senso fazioso, ma nel volersi sempre schierare dalla parte di chi è meno protetto, meno forte, escluso. Emanuele aveva scelto questa parte del campo, quella dove c’erano i matti, e c’è sempre rimasto, finché la sua salute glielo ha permesso. Se ci saranno iniziative utili non a santificarlo (non avrebbe voluto), ma a perpettere ancora una volta di garantire un pezzetto di diritti civili ai nostri pazienti, credo che lo avremo ricordato per come lui avrebbe voluto: con un sorriso furbetto e di soddisfazione per dire che ‘anche per questa volta ce l’abbiamo fatta, prepariamoci per la prossima’”.

 

ELVEZIO PIRFO